La voce dell’uomo che conosciamo a telefono è calda e densa, di quelle bonarie e allegre in cui riecheggia l’autorevolezza dei saggi e dei competenti.

Parliamo con Mario Turrini, direttore generale e responsabile export di Salcheto, un’azienda vitivinicola biologica e biodinamica.

Ben nota nel panorama enologico mondiale, l’azienda si incastona nel paesaggio toscano della zona di Montepulciano e prende il nome dal ruscello che lì scorre.

Le mura di cinta del borgo antico abbracciano un fianco dell’esteso vigneto (50 ettari vitati), e rievocano in maniera vagamente cinematografica il matrimonio di tradizione e paesaggio tipico di questa porzione d’Italia.

salcheto

Ma la storia di Salcheto, prima cantina off-grid del Bel Paese, va ben oltre le suggestioni da guida turistica, è strettamente intrecciata a quella del territorio in cui nasce, grazie alla condivisione con le istituzioni della Provincia di Siena dell’obiettivo di essere nel 2015 la prima vasta zona “carbon free” e quindi ad emissioni zero del nostro Paese.

La storia di Salcheto è quindi una vera e propria fiaba ambientalista che inizia nel ’94, quando un ventenne emiliano, Michele Manelli, spinto da un’infatuazione bucolico-romantica, acquista in società uno dei tanti casolari a conduzione familiare “con la fissazione per la selezione delle uve”.

Da quel momento, il rinnovamento e la riqualificazione del sistema aziendale s’impiantano sul progetto di una cantina sostenibile e completamente autosufficiente dal punto di vista energetico, in cui vini di alta qualità, senza solfiti, con lieviti naturali e a prevalenza di sangiovese, fossero il prodotto finale dell’insieme strutturato di tutte le migliori tecnologie eco-sostenibili.

vigne salcheto

Richiamiamo Raymond Carver e la sua celebre raccolta di racconti, e chiediamo a Turrini di cosa si parla effettivamente quando si parla di “sostenibilità”, soprattuto in un paese in cui al sovrabbondare di certificazioni del biologico corrisponde una totale assenza di quelle del sostenibile.

La risposta s’impernia sulle tecniche produttive di Salcheto e sulla sua organizzazione, sulle molteplici soluzioni di risparmio ed efficientamento energetico, lasciando i fatti e i numeri a parlare: “Per noi la sostenibilità è ambientale, sociale ed economica. Dopo aver girato il mondo e dopo essersi resi conto dei diversi modi per produrre in maniera sostenibile, da parte dei soci c’è stato un gran lavoro di presa di coscienza.

Così dal 2010 si è deciso di dare una nuova vita all’azienda, investendo con grande consapevolezza nella progettazione di una cantina in cui ogni pratica fosse in linea con uno sviluppo rispettoso dell’ambiente e dell’agricoltura locale in modo da creare un sistema chiuso virtuoso”, ci dice Turrini.

Nella visione dell’azienda l’obiettivo di “una cantina ideale” non può esaurirsi in documenti e sigle, ma porta al centro l’importanza della coerenza di ogni aspetto della produzione.

Nell’equilibrato mondo di Salcheto è fondamentale l’impiego e la provenienza dell’energia da tecnologie per lo più disponibili sul posto e replicabili, per cui se da una parte si è attenti al consumo e al riutilizzo, dall’altra ci si impegna nell’autoproduzione: dalla raccolta manuale delle uve all’illuminazione della cantina, che è completamente naturale e sfrutta la luce solare in un sistema di specchi curvi e pozzi di luce, tali da rendere inutili lampadine anche in inverno; dalla climatizzazione degli ambienti, che dipende della presenza di giardini verticali e laghetti artificiali di raccolta dell’acqua piovana (poi utilizzata anche per innaffiare) per l’isolamento termico in ogni stagione dell’anno, al riscaldamento dell’acqua, effettuato bruciando scarti di potatura (tralci di vite, ulivo e siepi razionali) compressi a mo’ di pallet.

cantine salcheto

La coerenza di Salcheto coinvolge anche altre tecnologie, come il fotovoltaico, il geotermico che utilizza ben 900 m di sonde interrate lungo i filari, le biomasse.
E non si ferma a questo, ma cura anche aspetti laterali di tutto il processo: “Ci siamo infine chiesti come comunicare il nostro mondo attraverso la bottiglia di vino, e dunque attraverso l’oggetto fisico che parla a coloro che lo hanno tra le mani.

Abbiamo deciso di sostituire le bottiglie convenzionali con altre più leggere (360 grammi per una quantità di vetro, e di spreco, inferiore) prodotte per noi in Etruria, una realtà geograficamente prossima, abbiamo ripensato l’etichetta, che ora ha una nuova veste di carta riciclata al 100% e la scrittura in braille per i consumatori non vedenti”.

La ciliegina sulla torta è anche qui un’innovazione tecnologica: grazie alla web-tag sull’etichetta e a uno smartphone, è possibile sapere con precisione addirittura l’equivalente di quella bottiglia di vino in termini di emissioni di anidride carbonica.

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